La normalizzazione

Una parola non tanto eufonica, “normalizzazione”, ci descrive un momento chiave in una classe Montessori. Prima di poter godere della loro libertà, possibile grazie all’accurata preparazione dell’ambiente, al ruolo discreto ma cruciale dell’insegnante, alla presenza dei materiali di autosviluppo, i bambini hanno bisogno di un iniziale periodo di adattamento, di apprendimento dello spazio e dei tempi nuovi, di acquisizione di fiducia in se stessi, nell’ambiente, di conoscenza dell’adulto responsabile, che a volte è il primo dopo la mamma a prendersi cura di loro. In questa fase inziale, la classe e il lavoro che vi si svolge possono essere anche molto diversi da come diventeranno in seguito. Anche i bambini arrivano nella scuola Montessori diversi da come diventeranno, prima che sia avvenuto quel cruciale processo di normalizzazione che solo potrà rivelarne la vera natura. Solo in seguito, ci dice Maria Montessori, “l’educazione è possibile”. Prima, i bambini saranno disordinati, chiassosi, incapaci di concentrazione. In questa fase iniziale, anche l’insegnante agirà in maniera diversa, più attiva, interverrà direttamente, proteggendo così anche la concentrazione dei bambini mano a mano che essa si produce. Maria Montessori non diede mai indicazioni esplicite su come concretamente dovesse svolgersi il lavoro dell’insegnante con i bambini ancora non “normalizzati”. Troviamo diversi suggerimenti in diverse parti della sua opera.

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Nel corso internazionale di formazione tenuto a Londra nel 1946, ad esempio, si raccomanda di non “punire, rimproverare o ammonire quando poniamo fine a un cattivo comportamento”, ma piuttosto di proporre al bambino “di andare a raccogliere fiori nel giardino, o offrire un gioco o qualsiasi occupazione che possa interessarlo”. Anche proporre piccole competizioni può funzionare, con la consapevolezza che in seguito lo spirito competitivo, in sé di ostacolo allo sviluppo, svanirà una volta conquistata la normalizzazione. Nel 1952, invece, ne La mente del bambino, menziona anche la possibilità di rimproverare o alzare la voce, anche se suggerisce, di preferenza, la possibilità di proporre attività collettive o esercizi preparatori “come riporre sedie e tavoli in silenzio, disporre una fila di sedie e sedervisi, correre da un capo all’altro della classe in punta dei piedi, piccoli esercizi di vita pratica”. In questa fase, in ogni caso, la maestra è chiamata a lodare o esortare il bambino. Ancora, ella potrà “valersi di poesie, rime, racconti”, ricordandosi che “una insegnante vivace attrae più di un’altra che non lo è e tutte possono essere vivaci se lo vogliono”. Un altro suggerimento è quello di prestare “un particolare e affettuoso interesse verso il bambino turbolento”. Sempre, però, va tenuto in mente l’avvertimento della Dottoressa: “Non temete di distruggere il male: soltanto il bene dobbiamo temere di distruggere”.

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D’altronde, la riflessione pedagogica montessoriana si era avviata nel contesto dell’educazione dei bambini “ortofrenici”, di fronte ai quali il maestro doveva avere un ruolo decisamente attivo, quello del “suggestionatore”: “il maestro deve possedere un forte potere suggestivo, che potrà acquistare parzialmente con arte. Il maestro dovrebbe essere fisicamente bello, di imponente persona; dovrebbe avere una voce limpida, modulata; un potente sguardo, energico il gesto e espressiva la mimica del volto”. Un maestro, dunque, che deve saper comandare e farsi ubbidire. Nel corso del tempo, più che a un’evoluzione del pensiero montessoriano, assistiamo in effetti a un’oscillazione dinamica fra due poli, fra il maestro umile che lascia spazio alla potenza creatrice del bambino e l’insegnante autorevole, solo responsabile di quanto avviene nella sua aula. Ancora nel 1916, ne l’Autoeducazione, la figura magistrale viene esaltata in tutta la sua importanza, visto che è “il maestro che deve formare l’allievo: nelle sue mani sta lo sviluppo dell’intelligenza e la coltura dei bambini […] tutto è opera direttamente sua [… ] il creatore è il maestro”. Altri passaggi, precedenti e successivi, esaltano invece il potenziale autonomo di apprendimento del bambino. È necessaria una comprensione profonda dell’idea del bambino “scoperta” da Maria Montessori col suo lavoro, perché il maestro sia in grado di districarsi con successo fra quanto è necessario e il superfluo.

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All’inizio, in ogni caso, il lavoro del maestro e del bambino saranno diversi. Ne La mente del bambino la Montessori si sofferma a lungo su questo passaggio, delineando con precisione i problemi cui si trova di fronte la maestra ancora inesperta, ma “piena di entusiasmo e di fede in questa interiore disciplina, che dovrebbe svilupparsi in una piccola comunità”.
Dobbiamo aver presente che il fenomeno della disciplina interiore è qualcosa che deve compiersi e non qualcosa di preesistente. Nostro compito è di guidare sulla via della disciplina […] Il felice compito dell’insegnante è di mostrare la via alla perfezione, provvedendo i mezzi e rimuovendo gli ostacoli, a cominciare da quello che essa stessa può opporre: perché l’insegnante può essere un grandissimo ostacolo. Se la disciplina fosse preesistente, il nostro lavoro non sarebbe necessario.
Una volta avvenuta la normalizzazione, libertà e disciplina andranno naturalmente a braccetto. A quel punto, saranno i bambini i protagonisti del lavoro in aula. Correggere e impartire insegnamenti, infatti, non è il ruolo dell’insegnante montessoriano, che deve avere chiaro il principio di non dover “insegnare concetti per mezzo dei materiali, né persuadere il bambino a usarli senza commettere errori, chiedendogli di finire ‘bene’ qualsiasi lavoro abbia intrapreso”. Il materiale non rappresenta “un ausilio didattico” ma piuttosto un mezzo per realizzare autonomamente il proprio sviluppo interiore. Con fiducia e amore, con pazienza e rispetto, il lavoro dell’insegnante e l’influenza dell’ambiente faranno sì che, a uno a uno, i bambini che si avvicinano per la prima volta ad un ambiente montessoriano si “normalizzeranno”. Solo allora sarà possibile assistere, come si assiste da più di un secolo, in tutto il mondo, al meraviglioso dispiegarsi di tutte le potenzialità di gentilezza, concentrazione, intelligenza presenti in ogni bambino. Ogni genitore lo sa, ma è stata Maria Montessori a rivelarlo al mondo. I nostri bambini sono creature splendide, e sta a noi la responsabilità di circondarli dell’ambiente giusto perché tutte le loro meravigliose qualità possano esprimersi al meglio.

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